Adeline Virginia Woolf nacque a Londra il 25 gennaio 1882. Il padre, Leslie Stephen, era un critico letterario e la madre, Julia, una modella. Ad appena sei anni, Virginia fu vittima di una violenza sessuale da parte di un fratellastro e a tredici anni morì sua madre, con la quale aveva un legame molto forte. I due episodi scatenarono nella bambina forti disturbi nevrotici che si portò dietro per tutta la vita. Nonostante ciò, già all’età di 20 anni, Virginia godeva di notevoli consensi per le sue qualità di scrittrice e collaborava con il Times Litterary Supplement, oltre a insegnare storia nel Collegio di Morley.

A 22 anni, dopo la morte del padre, si trasferì, insieme alla sorella Vanessa, per la quale provava un profondo affetto, e al fratello Thoby, nel quartiere di Bloomsbury, dove partecipò attivamente alla creazione del Bloomsbury set, l’associazione culturale che condizionò la cultura inglese per quasi 30 anni.

Nel 1912 Virginia si sposò con Leonard Woolf, anch’egli membro del Bloomsbury set. Prima del matrimonio scrisse un importante saggio, “Le tre Ghinee”, contro lo strapotere della cultura maschile nei confronti di quella femminile, argomento a lei caro.

A 40 anni, nel 1922, Virginia pubblicò “La camera di Jacob”, utilizzando un nuovo stile di scrittura che venne definito dal critico William James: flusso di coscienza. Il critico affermò che questo nuovo stile azzerava tutta la letteratura precedente, facendo finalmente emergere la frammentarietà dell’uomo di fronte alla modernità del nuovo secolo. Tuttavia, la Wolf  non rinunciò per sempre ad utilizzare  uno stile classico, a cui ritornò nel romanzo “Gli anni”, scritto alla fine degli Trenta, poco prima di morire.

A 43 anni, Virginia pubblicò “Mrs Dalloway”, un romanzo in cui racconta una giornata di giugno di Clarissa Dalloway, una signora inglese che gira per le strade di una Londra anni venti, descritta come nessuno ha mai più saputo fare, e incontra tutte le persone amate nel passato.

Due anni dopo la scrittrice pubblica “Gita al faro” un romanzo autobiografico in cui viene descritta la propria infanzia, dando ampio risalto alla figura dell’amatissima mamma.

Nel 1928 è la volta di “Orlando”, un romanzo vivace,  in cui un giovane aristocratico, aspirante poeta, viene tradito da una principessa russa. Il ragazzo diventa ambasciatore in Persia, ma dopo un inspiegabile sonno, si trasforma in una fanciulla e conosce la regina Elisabetta I, tanti poeti, commediografi, viaggiatori, prostitute, principi e musicisti. Questo libro è molto influenzato dal rapporto amoroso tra l’autrice e Vita Sackville West, una simpatica donna dell’epoca, che amava scrivere ma che era consapevole di non essere una grande scrittrice. La donna era perdutamente innamorata di Virginia e anche Leonard, il marito della Wolf, accettò l’amore tra le due donne, arrivando persino discretamente a favorirlo. Del resto era noto all’epoca che tra la scrittrice e suo marito non vi fosse alcuna passione fisica e che già il giorno della richiesta di matrimonio, la donna avesse chiarito all’uomo di non gradire i suoi baci e di aver accettato di sposarlo soltanto per l’ammirazione intellettuale che aveva nei suoi confronti.

Del 1929 è la volta dell’importante saggio “Una stanza tutta per sé, uno dei testi femministi più letti nel mondo.

Del 1931 pubblica “Le onde, in cui non c’è una trama ma vengono soltanto espressi i pensieri di 6 personaggi.

Nello stesso anno pubblica “Flush” che racconta la storia di un cocker. Pur sembrando una fiaba, è una storia vera, dove tutti i personaggi citati sono realmente esistiti.

Il mattino del 28 Marzo 1941, dopo l’ultimo attacco della malattia mentale che l’ha accompagnata per tutta la sua esistenza,  dopo cinquantanove anni di vita, Virginia Woolf riempì le sue tasche di grosse pietre e si immerse nel fiume Ouse, che scorreva vicino a casa sua.

Sul comodino della sua camera da letto fu trovato un biglietto d’amore, indirizzato al marito, che spiega in modo esaustivo il motivo del suo gesto estremo:

«Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V. »

Che dire. Forse l’unico modo per capire il profondo malessere che ha accompagnato tutta l’esistenza dell’autrice, è leggere la biografia scritta da suo nipote Quentin Bell e intitolata “Virginia Woolf, che rappresenta un testo straordinario per comprensibilità e ricchezza di dati.