A volte, in particolar modo quando si sta per terminare la lettura di un libro che ci ha appassionato, ci preoccupiamo, ancor prima di aver iniziato a leggere l’ultimo capitolo, di quale sarà il prossimo che inizieremo a leggere.

Se il pensiero diventa troppo assillante, allora siamo di fronte a una precisa patologia: la “bibliofobia”, il cui primo sintomo è  la paura di non avere un nuovo libro da iniziare.

Questa patologia è molto diffusa tra chi ha trascorso la vita a leggere e i primi segni si manifestano già da adolescenti, proprio quando si inizia ad avvicinarsi seriamente alla lettura.

I genitori devono intervenire in tempo, perché negli anni, la patologia normalmente si evolve in un aumento smisurato del desiderio di acquisto compulsivo di libri.

Eppure è strano che in un’epoca dove si hanno a disposizione infinite fonti d’informazione su tutte le letture disponibili, si rischi di ammalarsi di bibliofobia. Si tratta di una paura irrazionale, che sembra non avere spiegazioni logiche.

In alcuni casi peggiora con la vecchiaia, e i grandi lettori iniziano ad avere le curiosità più incredibili, come ad esempio, riuscire a sapere quanto zucchero metteva Virginia Woolf nel suo tè, oppure a considerare una macchia indelebile sul proprio curriculum intellettuale, non aver letto “Guerra e pace” o “I miserabili”, o alcuni dei romanzi di Dickens, o i racconti di F. Scott Fitzgerald, o persino il Signore degli Anelli. Ma ci sono casi più gravi, di lettori che ritengono un punto debole insopportabile, non aver ancora avuto modo di leggere i libri scritti da Jonathan Littell o qualsiasi racconto dello scrittore canadese Robertson Davies.

Le persone afflitte da bibliofobia hanno mille dubbi e ogni testo gli appare insufficiente a soddisfare la propria brama di leggere. Arrivano a mancargli persino i testi di fantascienza, i thriller, i fantasy, ma anche i classici e tutto quello che non hanno ancora letto.

La scelta del prossimo libro diventa una tortura e qualunque sarà, lascerà uno strascico di insoddisfazione per non averne preferito un altro.

Ma c’è una cura?

Gli scienziati dicono che la consapevolezza che nessuno al mondo potrà mai leggere tutti i libri che sono stati scritti serve a rasserenare i grandi lettori afflitti da bibliofobia, ma dice anche che quando sembra che si siano convinti di questa inoppugnabile verità,  in realtà stanno mentendo e non vedono l’ora che chi cerca di “curarli” se ne vada, in modo da permettere loro di riprendere la corsa verso il folle desiderio di “sapere assoluto”.

Che dire. Io non sono così. Sarà perché molto del mio tempo lo passo a scrivere, e quando mi dedico alla lettura, lo considero un rilassante premio per il lavoro svolto durante la giornata, ma se dovessi dare un consiglio a queste persone, gli direi innanzitutto che la malattia che hanno è la più bella che si possa avere, e poi gli suggerirei di gustare ogni parola che leggono, senza pensare alla prossima, perché le più belle storie che raccontano gli scrittori nei loro libri non sono mai nei testi, ma sono nascoste tra le righe.