Dino Buzzati Traverso nasce nel 1906, a San Pellegrino (Belluno), il paese dove villeggia la sua famiglia. Il padre, professore di diritto internazionale all’università di Pavia, muore per un tumore al pancreas quando Dino ha appena 14 anni. Pur crescendo avvolto dall’amore di sua madre, Alba Mantovani, donna di nobili origini, Buzzati è molto scosso da questo drammatico episodio e si convince che anche lui morirà nello stesso modo.

Dopo aver brillantemente concluso gli studi, Dino svolge il servizio militare presso la  caserma della sua cittadina, prima come allievo ufficiale, poi come sergente e infine come sottotenente, negli ultimi 4 mesi di leva.

Nel 1928, entra come praticante nella sede milanese del  “Corriere della Sera” e dopo la laurea in Legge, inizia una collaborazione con il “Il popolo di Lombardia”, che durerà per tutta la vita.

Buzzati ama scrivere, ma non rinuncia alle altre sue passioni, che sono, il violino, il pianoforte, il disegno e la montagna. Nel 1933, durante le pause della sua attività di cronista e di redattore, scrive il primo romanzo, “Bàrnabo delle montagne“, che riscuote un ottimo riscontro di critica e di pubblico, cosa che non si ripete nel 1935, con il secondo romanzo “Il segreto del Bosco Vecchio”, che riceve la quasi totale indifferenza.

All’inizio della Seconda guerra mondiale, lo scrittore va in Africa come corrispondente, ma rientra dopo pochi mesi, a causa del tifo contratto in Etiopia. Quel breve lasso di tempo è però sufficiente a farlo innamorare del deserto e dei paesaggi africani. Non a caso, al suo rientro scrive uno dei più importanti capolavori della letteratura italiana del novecento, il romanzo che lo renderà immortale, “Il deserto dei Tartari”, pubblicato nel 1940, geniale metafora dell’arida solitudine che con la sua evoluzione incompiuta, mostra a ognuno di noi la realtà di un’esistenza priva di sviluppi e inevitabilmente delusa dall’attesa di una gloriosa vittoria che mai ci sarà.

Ma i romanzi non soddisfano in pieno la vena creativa di Buzzati, che dichiara apertamente di preferire le storie brevi, e nel 1942 scrive la raccolta di racconti, “I sette messaggeri”, seguita tre anni dopo da una fiaba per bambini, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, illustrata con disegni fatti a mano da lui e che rappresenta una pietra miliare di un’altra grande passione di quest’uomo, la pittura.

Buzzati è un autore poliedrico e nel 1953 scrive un testo per il teatro, dal titolo “Un caso clinico”, da cui viene anche realizzato un film. Nel 1958, pubblica “Sessanta racconti”, con cui vince il Premio Strega e nello stesso anno, organizza la prima esposizione personale di quadri.

Nel 1961, è la volta di “Battono alla porta”, un’opera musicata da Riccardo Malipiero. Nel 1963, pubblica il romanzo “Un amore”, che narra la passione di un uomo maturo per una giovane fanciulla e che in molti sono convinti sia stato ispirato da Almerina Antoniazzi, la donna che sposa a sessant’anni, nel 1966. In questo stesso anno e l’anno successivo, Buzzati continua a esporre i suoi quadri, prima a Milano e poi alla Pléiade di Parigi. Una menzione particolare la merita il “Poema a fumetti”, scritto nel 1969 e corredato da 200 tavole disegnate a mano dallo stesso autore, prendendo spunto da fotografie scattate da lui o ritagliate da giornali.  Seguono tre libri di racconti: “Il Colombre e altri cinquanta racconti”, Le notti difficili e Paura alla Scala”, tutte storie che collegano la quotidianità con un mondo immaginario e irrazionale.

Nel 1970, espone l’originale collezione dei ‘Miracoli di Val Morel’, una serie di trentacinque quadri, diventati poi molto famosi. Dopo aver scritto, nel 1971, il libro di poesie “Le storie dipinte”, l’autore attraversa un periodo difficile a causa della morte della madre e compone “I due autisti”, basato su quell’insopportabile lutto.

Dino Buzzati Traverso muore a Milano il 28 gennaio del 1972 per un tumore al pancreas, la stessa malattia che portò alla morte suo padre, proprio come temeva da ragazzo.

Postumi sono usciti “Cronache terrestri”, nel 1972, e ‘I misteri d’Italia’ nel 1978, mentre nel 1977, Valerio Zurlini, con la splendida versione cinematografica de “Il deserto dei tartari”, grazie alla fotografia di Luciano Tovoli e alla colonna sonora di Ennio Morricone, oltre che a un cast di attori memorabile, tra cui spiccano i nomi di Jean Louis Trintignant, Vittorio Gassman, Giuliano Gemma e Max von Sydow, vince il David di Donatello per la regia.

Che dire. Buzzati, all’estero, risulta l’autore italiano più studiato insieme a Dante e Calvino e a Parigi esiste l’”Associazione amici di Buzzati”. Mi piace ricordarlo, citando una sua frase:  “Dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello  di raccontare delle storie”.