Non ho mai amato i computer, anche perché mi sono laureato in Ingegneria pochi anni prima della loro esplosione sul mercato, e credo di essere stato uno degli ultimi uomini al mondo ad aver fatto a mano i calcoli statici di una struttura in cemento armato.

Ricordo sempre l’invidia che provavo quando, già Ingegnere da qualche anno, vedevo un ragazzo che disegnava le piante e le sezioni dei suoi progetti, con uno strano apparecchio che si chiamava plotter, mentre io li avevo dovuti disegnare con i pennini a china, eliminando le inevitabili sbavature d’inchiostro, con una lametta da barba, nella speranza, quasi sempre delusa, che non si bucasse il foglio.

Diciamocela tutta: odiavo i pc!

L’unica certezza che avevo era che la conoscenza perfetta che avevo acquisito durante gli anni dell’università  mi avrebbe comunque garantito, per tutta la vita, un importante ruolo di consulenza sui dati corretti da inserire nei computer per attivare i programmi di calcolo.

Per più di trent’anni è stato così, ed anche se la mia antipatia nei confronti dei computer non è mai diminuita, ho sempre avuto la certezza che senza una mente umana, un pc fosse solo un’inutile macchina.

Ma sembra proprio che anche questa mia certezza sia stata disintegrata dagli ultimi avvenimenti.

Una squadra di scienziati giapponesi ha presentato ad un concorso letterario, un romanzo scritto interamente da un computer, in modo indipendente. Sembra che sia bastato indicargli una bozza di trama, il numero di personaggi, il genere e il numero di pagine, e lui abbia confezionato un romanzo perfetto, una storia compiuta, con un inizio e una fine, avvincente, divertente e commovente.

Il titolo del romanzo presentato al concorso letterario è forse un po’ scontato. Si chiama “Il giorno in cui un computer scrive un romanzo”.

Il libro è stato molto gradito dai giurati, ed ha superato il primo dei quattro livelli del concorso.

Provo a immaginare lo stato d’animo degli sconfitti. Finora avevano dovuto preoccuparsi di avversari che come loro, dovevano stare attenti alla grammatica, alle ripetizioni, a trovare i termini giusti per descrivere le scene e le situazioni, mentre da oggi dovranno affrontare il “nemico perfetto”, l’intelligenza artificiale immune da qualunque rischio di sbagliare.

Indubbiamente da ora in poi la lotta sarà impari, e se accadrà quello che temo, gli scrittori cibernetici, nel giro di pochi anni, prenderanno il sopravvento.

Fortunatamente gli autori del programma di cui si avvale lo scrittore robot hanno dichiarato che sulla stesura finale, per il momento la macchina incide solo per il 20%, ma considerando che siamo agli albori, e conoscendo la capacità di sviluppo esponenziale delle macchine informatiche, non mi meraviglierei se nel giro di pochi anni questa percentuale aumentasse notevolmente.

Gli scienziati hanno fornito una bozza di trama e dei personaggi, ma il libro che ha superato il primo livello del concorso Nikkei Hoshi Shinichi, lo ha scritto proprio il robot.

Questa competizione è aperta a tutti, compreso i testi scritti da robot. Il motivo di questa scelta è proprio nella convinzione dello scrittore  Hoshi Shinichi, a cui è intitolato il premio, che nel suo libro più famoso, Il robot furbetto, per primo ha ipotizzato la creazione di macchine questo tipo, di apparecchiature dotate di un’intelligenza artificiale in grado di scrivere un romanzo.

Su un totale di circa 1500 manoscritti presentati, soltanto una decina erano stati scritti da autori virtuali.

Per il momento non c’è da allarmarsi troppo, anche se sono convinto che la storia di questo romanzo che ha vinto il primo livello di un concorso letterario, nei secoli, verrà considerata una pietra miliare dell’indipendenza delle macchine rispetto al comando umano, con tutte le conseguenze del caso, che tra l’altro, per il momento, nessuno è in grado di immaginare.