Quando si parla del gioco del calcio, alla domanda: chi è il più bravo giocatore di tutti i tempi, la risposta è quasi immediata: Maradona o Pelè. Quando la stessa domanda viene posta nel campo della letteratura, la risposta è: Cehov, Dickens, Dostoevskij, Hesse, Calvino, Dostoevskij, Hugo, McCarthy, Shakespeare, Steinbeck, Tolstoj, Austen, Balzac, Beckett, Boll, Borges, Camus, Capote, Conrad, Faulkner, Hemingway, Ionescu, James, Joyce, Kafka, Molière, Nietzsche, Pirandello, Proust, Roth, Sartre, etc etc.

Perché non si può stabilire con certezza assoluta chi sia il più grande scrittore al mondo?

Quando si rivolge questa domanda ai letterati, sembra quasi di commettere un delitto, una lesa maestà, eppure in tutti i campi esiste il migliore.

Forse, l’irrisolvibile incertezza è determinata dall’impossibilità di stabilire dei parametri di giudizio.

Nella concezione moderna, il più bravo viene spesso associato al più venduto, ma questo criterio irrita non poco gli intellettuali che lo bocciano senza appello. Nessuno accetterebbe che il migliore sia lo scrittore statunitense James Patterson, che ha venduto finora più di 300 milioni di copie dei suoi libri e ne scrive 14 all’anno. A niente serve far presente che soltanto nell’ultimo anno ha guadagnato 100 milioni di dollari e che in carriera è arrivato a 1 miliardo di dollari incassati solo con i diritti d’autore. Non conta nulla e se qualcuno si permette di dire che è il migliore viene bollato come presuntuoso ignorante.

Per non parlare dei plurimilionari Dan Brown, John Green, Stephen KingJ.K. Rowling oppure Veronica Roth che a 30 anni è il più precoce talento del mondo letterario con 20 milioni di dollari già messi in banca.

I generi letterari ritenuti “commerciali” o peggio ancora “di massanon sono ben visti dai cosiddetti “letterati” e vengono da loro considerati prodotti di serie b.

Non si può non ammettere che leggendo Tolstoj, Flaubert, Calvino, o Eliot ci si senta partecipi del mondo di cui narrano e che immergendosi nella lettura di quei romanzi si entri a far parte della vita dei protagonisti, acquisendo, quasi per magia, preziose notizie sui luoghi descritti e spesso su grandi eventi storici.

Una certezza però l’abbiamo: il grande pubblico ama le opere studiate a tavolino e frutto di sofisticate operazioni di marketing, mentre i letterati preferiscono nettamente i classici.

Nel suo libro “On Writing (Autobiografia di un mestiere)”, Stephen King dispensa venti consigli (se vogliamo, anche banali), per diventare ottimi scrittori, come essere costanti, chiari, leggere molto, limitare gli avverbi e soprattutto (guarda da quale pulpito viene la predica), non scrivere per denaro ma per passione. Umberto Eco in “La bustina di Minerva, arriva addirittura a dettare 40 regole, trattando lo scrittore come se fosse un semplice lavoratore che può riuscire a ottenere buoni risultati attraverso la tecnica e l’esperienza.

Non sarebbe sbagliato cercare il più bravo tra i vincitori annuali del Premio Nobel per la letteratura, ma sono quasi tutti sconosciuti al grande pubblico se non come vincitori del pur prestigioso riconoscimento e anche se è certo che i loro libri trasmettano una immensa eredità letteraria, non credo che tra essi si riuscirà a individuare il migliore.

Che dire. Dobbiamo rassegnarci all’evidenza che il migliore non ci sia e restare in attesa che nei secoli a venire nasca un talento, capace finalmente di mettere d’accordo tutti.