Gli scrittori hanno un bisogno irrefrenabile di regalare i propri sogni al mondo. Desiderano soltanto che i lettori siano felici e sono talmente ossessionati da questo bisogno, da arrivare spesso a inventarsi manie riti da rispettare, che servono a non correre il rischio di non essere all’altezza delle aspettative. Mentre scrivono, gli scrittori non pensano mai ai soldi che guadagnerebbero se il libro che stanno scrivendo fosse pubblicato. Probabilmente, se potessero, lo stamperebbero e lo regalerebbero a tutti.

La storia della  letteratura ci racconta che tanti grandi scrittori del passato erano ossessionati da piccole e grandi manie.

John Steinbeck, ad esempio, scriveva esclusivamente con una delle dodici matite che teneva perfettamente allineate sulla scrivania. Le sue mani erano diventate callose a causa della forma esagonale delle matite e dell’uso smodato che ne faceva, al punto che un editore gliene regalò altre 12, ma rotonde. James Joyce invece, a causa della vista molto debole, scriveva sdraiato a letto, utilizzando una matita molto spessa e indossando sempre un cappotto bianco, in modo da riflettere la luce sul foglio. Poi c’era William Failkner, Nobel nel 1949, che riempiva le pareti di schemi fino a saturare ogni spazio disponibile e soltanto quando aveva terminato, trovava l’ispirazione per scrivere i suoi romanzi. Ma anche Immanuel Kant , Il filosofo tedesco, faceva una passeggiata ogni giorno, alla stessa ora, qualunque fossero i suoi impegni. E che dire di Virginia Woolf , l’autrice inglese che  scriveva sempre in piedi, su un piano inclinato, utilizzando tre colori diversi, verde, blu e rosso, senza mai scrivere per più di due ore e mezza al giorno. Ma potremmo continuare all’infinito. C’era Gabriel García Márquez, premio Nobel nel 1982, che trovava l’ispirazione da un fiore giallo che teneva sempre accanto a sé, quando scriveva. Louisa May Alcott era dipendente dall’oppio e si ritiene che tale sostanza abbia ispirato tutta la sua produzione letteraria, mentre José Saramago, Nobel nel 1998, non scriveva mai più di due pagine al giorno. L’immenso Marcell Proust fece rivestire di sughero le pareti della stanza dove componeva i suoi romanzi in modo da isolarsi da ogni rumore e scriveva soltanto di notte, sdraiato sul lettoJack Kerouac, fin da ragazzo, aveva inventato una partita di baseball alla quale giocava continuamente, utilizzando un taccuino. Ma anche George Gordon Byron, il poeta inglese, conservava in buste separate ciuffi di capelli delle proprie conquiste femminili. Si racconta che fossero quasi 300 e che ispirassero le sue poesie. Mark Twain, prima di cominciare a scrivere, si vestiva rigorosamente con abiti eleganti, come se dovesse partecipare a un ricevimento. Vladimir Nabokov riteneva l’automobile l’unico luogo adatto per scrivere i suoi romanzi, perché lo faceva sentire isolato dal resto del mondo. Friedrich Schiller aveva sempre  delle mele marce all’interno del cassetto della sua scrivania, perché senza quell’odore non riusciva a trovare la concentrazione per comporre le sue opere. Truman Capote non lasciava mai più di due mozziconi di sigaretta nel posacenerea costo di infilarli nella tasca della giacca, e non iniziava o terminava mai un lavoro di venerdìoltre ad avere una vera e propria fobia per il numero 13 e a scrivere la terza bozza dei suoi romanzi sempre su carta giallaHenry Miller aveva addirittura scritto gli 11 comandamenti da rispettare e li seguiva rigorosamente. Suggestivo il terzo: “Non essere nervoso. Lavora con calma, con gioia, con coraggio o come ti pare.”. Fantastico il decimo: “Dimentica i libri che vorresti scrivere e pensa solo a quello che stai scrivendo.

Tra i viventi, originale è la mania di Joyce Carol Oates, che conserva tutti i suoi testi in una cassetta antincendio, ma anche Haruki Murakami non scherza. Lo scrittore giapponese scrive esclusivamente tra le 6 e le 10 del mattino e passa il resto della giornata svolgendo attività fisica, ascoltando musica e leggendo. La sera va a dormire sempre alle 21.

Che dire. Forse per essere bravi scrittori non si deve essere del tutto normali.