MicheleGrassiSalve. Sono un ingegnere napoletano. Ho cinquantotto anni e sono sempre stato, fin da piccolo, un sognatore. Ero dotato di una fantasia praticamente illimitata e storie fantastiche si componevano continuamente nella mia mente, dall’inizio alla fine. Dopo aver imparato a leggere e a scrivere, avevo trovato finalmente il modo di dare forma ai miei sogni. I  quadernetti cominciarono a riempirsi  di parole che avevano il potere di trasformare quelle pagine bianche in storie inventate da me. Per me, ogni parola scritta è sempre stata, e lo è tuttora, un ape che si posa su un fiore, poesia.

A sei anni,  inventai la  prima canzone d’amore. La scrissi e le diedi anche un motivetto musicale. Ricordo ancora le parole. “Una parola d’amore e una candela s’accende, un soffio di vento e la candela di spegne”.

La cantavo  tutte le volte che passavo sotto al balcone di Simona, la mia compagna di classe, che mi faceva battere forte il cuore.

Amavo stare insieme agli altri bambini, ma al tempo stesso ero un tipo solitario e vivevo perennemente rapito dalle mie fantasie. Non era raro che le immagini e le parole che avevo di fronte si trasformassero in un ammasso silenzioso di colori e di odori, mentre il mondo intero diventava astratto eprivo di ogni significato. In quei momenti, sorridevo, cercando di farmi trasportare dall’istinto, come se avessi capito ciò che mi stava dicendo chi era di fronte a me, ma in realtà, spesso non li ascoltavo neanche, perso nei miei sogni ad occhi aperti.

All’epoca, la televisione era agli arbori. C’era un solo canale che trasmetteva programmi in bianco e nero, per pochissime ore al giorno. Mi piaceva guardarla ma preferivo correre  da zia Rosetta, che abitava a pianoterra, nella stessa palazzina dove vivevo io. La sua famiglia era stata sterminata nelle foibe, alla fine della seconda guerra mondiale e lei, che era la più piccolina di nove figli, si era salvata nascondendosi nella credenza della cucina. Era una donna minuta ed morta a 98 anni, nel 1983. Era nata nel 1885e viveva da sola , dopo aver accudito per molti anni un vecchio zio di mia nonna, reduce dalle campagne di colonizzazione della Libia. Zio Averardo, così si chiamava, era uno dei tantissimi, giovani italiani che in quell’epoca venivano mandati a morire in Africa. Ebbe la fortuna di salvare la vita, ma perse per sempre l’uso delle gambe. Zia Rosetta lo accudì con un amore talmente grande, che quando lui morì, vent’anni prima che io nascessi, le lascio in eredità la sua casa.

Ho passato tantissimo del mio tempo ad ascoltare le sue storie fantastiche, avvolto nell’atmosfera antica di quella casa, che mi trasmetteva tanto calore. Ricordo il fascino dei racconti delle peripezie di questa bimba del nord che era finita a Napoli a fare la badante ad un reduce di guerra. A dire il vero, non è che abbia mai ben capito cosa le fosse realmente accaduto, ma di certo ogni sua parola mi ha sempre trasmesso tanta dolcezza e mi ha fatto capire che il mondo è pieno di persone che come lei, che lo vogliono colorare di sogni e d’amore, sempre e comunque, qualunque cosa accada.