MicheleGrassiSono un Ingegnere, ho cinquantacinque anni e sono sempre stato, fin da piccolo, un sognatore. Quando, da bambino, già da quando avevo due anni, mi chiedevano che lavoro desiderassi fare da grande, io rispondevo senza esitazione: lo scrittore. Ero dotato di una fantasia praticamente illimitata e tante storie fantastiche si componevano continuamente nella mia mente, dall’inizio alla fine.

Intanto gli anni passavano e dopo aver imparato a scrivere, i miei quadernetti cominciarono a riempirsi quotidianamente di parole che avevano il potere di trasformare quelle pagine bianche in storie inventate da me. Avevo trovato finalmente il modo di dare forma ai miei sogni.

Restavo letteralmente incantato dall’odore delle pagine. Alle volte, quando qualcuno mi faceva arrabbiare, aprivo un libro e mi lasciavo inebriare dal suo profumo, fino a ritrovare la serenità.

Ogni parola scritta per me è sempre stata, e lo è tuttora, come un ape che si posa su un fiore, poesia.

Avevo appena sei anni quando inventai la mia prima canzone d’amore. La scrissi e le diedi anche un motivetto musicale, inventato da me per l’occasione. Ricordo ancora le parole. “Una parola d’amore e una candela s’accende, un soffio di vento e la candela di spegne”.

La cantavo a squarciagola tutte le volte che passavo sotto al balcone di Simona, la mia compagna di classe, che tanto mi faceva battere il cuore.

Mi piaceva molto stare insieme agli altri bambini, pur essendo un tipo solitario, perennemente rapito delle sue fantasie. Non era raro che le immagini e le parole di fronte a me si trasformassero in un ammasso silenzioso di colori e di odori. Il mondo intero diventava astratto, privo di ogni significato. Sorridevo, cercando di farmi trasportare dall’istinto, come se avessi capito ciò che mi stava dicendo chi era di fronte a me, ma in realtà spesso non li ascoltavo. Ero lì, perso nei miei sogni ad occhi aperti.

All’epoca la televisione era agli arbori. C’era un solo canale e trasmetteva pochissime ore al giorno, in bianco e nero. Mi piaceva tanto guardarla ma preferivo, appena potevo, correre giù da zia Rosetta.

La sua famiglia era stata sterminata, a Trieste, durante una guerra di confine. Lei, la più piccolina di nove figli, si era salvata nascondendosi nella credenza della cucina.

Era una donna minuta, aveva circa ottant’anni all’epoca, è’ morta a 98 anni, nel 1983. Era nata nel 1895. Veniva da Trieste, e viveva da sola in un appartamento nel seminterrato della palazzina dove abitavo con la mia famiglia. Aveva accudito un vecchio zio di mia nonna, reduce dalle campagne di colonizzazione della Libia.

Zio Averardo, così si chiamava, era uno dei tanti, tantissimi, giovani italiani che a quell’epoca venivano mandati a morire in Africa. Ebbe la fortuna di salvare la pelle, ma perse per sempre l’uso delle gambe.

Zia Rosetta lo accudì con un amore talmente grande, che quando lui morì, vent’anni prima che io nascessi, le lascio in eredità la sua casa ed un vitalizio.

Ho passato tantissimo del mio tempo ad ascoltare le sue storie fantastiche, avvolto nell’atmosfera antica di quella casa, che mi trasmetteva tanto calore. Ricordo il fascino dei racconti delle peripezie di questa bimba del nord che era finita a Napoli a fare la badante ad un reduce di guerra.

A dire il vero non è che abbia mai ben capito cosa le fosse accaduto, ma di certo ogni sua parola mi ha sempre trasmesso dolcezza e mi ha fatto capire che il Mondo è pieno di persone che come lei, lo vogliono colorare di sogni e d’amore, sempre e comunque, qualunque cosa accada.